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L'Aquila - Cronaca di un viaggio fotografico

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Una densa nebbia di cromo e manganese mi avvolge. Al centro di questa nuvola, tra i raggi ultravioletti, riesco a scorgere prima la sagoma, poi la maschera ed infine la faccia di Daniele.
Il Tirenni tira su il casco da saldatore e asciugandosi il sudore sbotta: Marco, oggi si muore dal caldo!
La mia risposta, tra le martellate assordanti che il Buscioni infligge con forza al malcapitato pezzo di lamiera è: Daniele, si va all'Aquila?
Lui mi guarda fisso, tira giù la visiera e sparisce tra una nuvola bluastra.

Le 17.
La sirena di fine giornata sibila nell'aria e sembra dire: forza ragazzi, per oggi è finita! Alla spicciolata i compagni di lavoro mi passano accanto; arriva Daniele e prima che io gli rinnovi l'invito lui mi dice:
-Quando si parte? Io porto la digitale ma mi piacerebbe fare qualcosa anche con la pellicola ... ce n'hai Velvia??-
Annuisco e penso con un impeto d'orgoglio ... grandi questi metalmeccanici!! Tra il fumo, a volte, si nasconde anche un'anima!

Questo è stato l'inizio del "viaggio" all'Aquila, nato tra il fumo di una saldatrice, lo stesso fumo che, insieme ai miei dubbi su quello che sia veramente accaduto la notte del 6 aprile 2009, né l'informazione, né i media, né il "sentito dire" sono mai riusciti a dissolvere, e neanche un potente aspiratore, come quelli che abbiamo in fabbrica, potrebbe farlo mai.

Facemmo un giro di telefonate agli amici del gruppo fotografico: Gaetano e la Daniela aderirono entusiasti ...
Due giorni dopo i fari assonnati dell'auto di Gaetano illuminavano già i cartelli Firenze-Roma. Tanti chilometri ci dividevano dalla città del "governo dei record" o da "quelli che avete dimenticato troppo in fretta"... L'alba ci accolse assieme alla cassiera scaruffata dell'autogrill ... signori, quattro caffè e buon viaggio.

All'Aquila ci arrivammo dalla Statale 17, la strada si snodava dolcemente tra i monti in lontananza, un cartello ci indicò che mancavano otto chilometri alla città e di cantieri, lesioni alle case o qualcosa che facesse pensare ad un terremoto, seppur avvenuto due anni fa, nemmeno l'ombra ...
Andammo avanti, la luce del primo mattino di settembre dava risalto agli intonaci nuovi di alcune case vicino all'indicazione che ormai ci mostrava l'ingresso alla città, ancora niente macerie; una serie di rotonde nuove di pacca ci guidarono verso la fine della vallata.
La new town ci attendeva forse sorridente e pronta a mostrarsi a noi?
Fa caldo, abbassiamo i finestrini, le auto scorrono veloci, qualche clacson sottolinea la nostra indecisione di "turisti" senza guida.
Proseguiamo e a sinistra notiamo un gruppo di condomini, i famosi progetti C.A.S.E. (complessi antisismici sostenibili ecocompatibili), poggiati su moderne palafitte; sotto, le macchine parcheggiate come in garages improvvisati, e supermercati, distributori di benzina nuovi fiammanti, perfino le moderne sedi, una accanto all'altra, dei tre sindacati.
Sembra tutto normale, più ci guardiamo attorno e più la sensazione di una ricostruzione rapida e capillare ci cattura.

Poi l'arrivo ...
Dopo l'ennesima rotonda le prime transenne, transenne e ancora transenne, collegate tra di loro come immense ringhiere perimetrali, cartelli di divieto, quelli con la mano aperta che stanno ad intimarti l'alt, zone rosse, limiti invalicabili. Da uno stop sbuca sgommando una camionetta di militari ... è come passare per il purgatorio per poi entrare nell'inferno ...
Passiamo davanti alla Casa dello Studente, alzo gli occhi e su un terrazzo devastato vasi di piante ormai secche ... due anni senza nessuno che le curi, tristi come sentinelle  disarmate  aspettando rinforzi che tardano però ad arrivare, e ancora transenne e ancora divieti e muri squarciati e quadri appesi ai muri interni: quelli esterni ... anche loro, di quel che resta, aggrappati o circondati da tubi e tiranti ... difficile spiegare senza poter vedere.
Parcheggiamo la macchina, entriamo in quella specie di Kabul ... lì almeno la guerra avrà decretato qualche vincitore, all'Aquila invece tutti sconfitti, tutti vittime e chi è vivo muore dentro.
Ogni casa imbullonata, legata, crepe gigantesche tamponate come su un corpo dilaniato da chissà quale esplosivo, affacciate alla strada insegne di negozi che non ci sono più, la vetrina di un barbiere, le sedie coperte da macerie, il bancone con ancora i phon, e il poster appeso al muro di teste "acconciate", gli altri srotolati a terra come voler anche loro fuggire ... negozi con manichini nudi accatastati tra pezzi d'intonaco, un cartoncino bristol sopra una transenna davanti ad una pasticceria ci invita ad un nuovo indirizzo ... qui chiuso!!!
Riusciamo a sentire nella città i rumori dei nostri passi, impossibile in un altro qualsiasi agglomerato "normale" e tra i passi un pianto "sottile", mi giro, la Daniela ha gli occhi bagnati ...
Sull'unica via riaperta poche persone, turisti con macchine fotografiche e, all'interno di quell'immensa Pompei, militari e vigili del fuoco sfrecciano tra la polvere e il pudore che mi assale nello scattare le foto ... poi un A4 appeso ad una transenna:

Venite all'aquila
Venite a vedere cosa fa male all'anima
Venite a vedere le pietre che parlano
Sussurrano e gridano
Venite a vedere il silenzio dei vicoli
Scattate tutte le foto che volete ma
Testimoniate la verità
Date parole a quel poco
Che hanno potuto vedere
I vostri occhi

La macchina è su "on", inizio a fotografare.
Le carriole del movimento "riprendiamoci la città", una lotta contro la natura, una lotta contro un nemico ancora più invisibile, le istituzioni paralizzate, nascoste dietro quelle transenne aggrappate al nulla come i tubi che soffocano la città.
Certo, qualcosa si sta ricostruendo, ma la gente si ferma a parlare con noi e tutti ci raccontano di una città morta ... come può una città morta resuscitare ... un miracolo, certo un miracolo ...
Intanto cani randagi dagli occhi rossi abbaiano al cielo.
Il 6 aprile 2009 qui in 38 secondi tutto è crollato, tutto ci ha portato via e quel che è rimasto è una ferita che ci spacca il cuore.

"Trist'a cchi nen dè' niènde, ma chiù ttrist'a cchi nèn dè' niciune"
(triste chi non ha niente ma più triste chi non ha nessuno)


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