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Il volo del calabrone

Non so perché, ma le foto di Giovanni Barbi, quelle di nudo che lui affina, "lima", anno dopo anno, scatta e scatta senza fine, mi fanno pensare alla dolcezza e alla tenerezza di Prévert, quando "racconta" dei "Ragazzi che si amano", con quella splendida prima riga che dice "I ragazzi che si amano si baciano in piedi/contro le porte della notte".

Eppure, in queste foto, "lui" non c'è e le ragazze sono splendidamente sole.

Ma non è difficile scoprire che è proprio lui il "ragazzo" di Prévert che manca dalle foto!

E' lui che ama e abbraccia, con l'obiettivo, questi corpi delicati, quei seni, quelle cosce affusolate, quei visi immersi nella magica atmosfera dell'amore.

E' lui che, come un calabrone, passa a volo radente su quelle natiche, sulle mani e sui volti che sembrano farsi largo, come in un sogno, da sotto i grandi cappelli o aprirsi sinuosamente uno spazio nel gran mare dei capelli.

E le foto di Barbi affascinano ed hanno un senso proprio per tutti questi stranissimi giochi.

Altrimenti che significato potrebbe mai avere fotografare ancora corpi di donna?

Che cosa mai potremmo cercare di nuovo in questi sguardi da splendido voyeur del nostro autore, se non proprio il gusto e il piacere di riscoprire, ancora una volta, l'"oggetto d'amore"?

E con che stile e con che tatto viene condotta tutta l'operazione!

Barbi, non è mai aggressivo, non segue la "scoperta" del corpo femminile con il linguaggio di un Lucien Clergue o con quello di Jeanloup Sieff.

E nemmeno con quello dei maestri giapponesi che accostano i loro straordinari nudi, alla concretezza di un macigno, alla terra di un deserto o al tronco di un albero.

Barbi adora quei corpi messi in posa . Ama quei corpi, semplicemente perché sono tenerezza, dolcezza e desiderio.

C'è, oggi, un modo di presentare la donna con nudi aggressivi, carichi di fredda sensualità e con il "soggetto" noiosamente sfrontato nella materialità dell'offrire.

Un sesso, insomma, senza amore e dunque senza magia e senza un reale approfondimento di tanti e più veri significati.

Giovanni Barbi, fotografo da tanti anni e uomo d'immagine, ha evidentemente capito la lezione e scelto, per fortuna di tutti, strade diverse.

Lo ha fatto, tra l'altro, senza tentare assurdamente di mascherare il proprio lavoro sotto l'ipocrita etichetta della ricerca estetica fine a se stessa.

Ma è andato anche oltre: certe sue immagini paiono dire che bellezza, tenerezza e dolcezza, si possono anche trovare nella ragazza o nella signora della porta accanto. Quella che incontriamo per strada, nel bar a prendere il caffè o nella casa mentre, faticosamente, aggiusta e lavora alle piccole-grandi cose di ogni giorno.

C'è poi la parte onirica di queste immagini: quella che, a volte, fa un po' pensare a tutta quell'arte incisoria detta stupidamente "minore" che insegnò, invece, il gusto e il piacere dell'ambiguo, del detto e non detto, dell'intuito e del non "scoperto fino in fondo".

Penso a quei delicati acquerelli dell'inizio del secolo che mostravano deliziose ed eteree donnine dalle quali, in realtà, emanava un vigoroso ed incorrotto erotismo: di una tale forza da mandare in sollucchero i nostri nonni.

A questo punto, potrebbe saltare fuori il solito sgangherato discorso sulla donna come "oggetto di desiderio" o come "strumento di piacere". Il discorso, insomma, che certo becero femminismo vorrebbe far passare come "progressista" e da contrapporre alla fotografia di nudo "reazionaria" e "maschilista". Basta , basta, non ne possiamo più!

Ebbene: adoro le immagini di nudo femminile e riconfermo (non sono certo né il primo né l'ultimo) che "desiderio" e "piacere" sono, da sempre, il sale della vita.

Proprio le foto di Giovanni Barbi rappresentano una precisa testimonianza che il discorso, se c'è ancora un "discorso" da fare, riguarda il senso della misura, il "gusto" e l'"amore" che il fotografo deve saper mettere nel proprio lavoro e nella ricerca che sta conducendo.

Ho già rubato troppo spazio per questa ridicola e antistorica disputa.

In realtà, vorrei ancora aggiungere che lo stile di Barbi e il suo modo di fare fotografia sono, ormai, un "segno" preciso e dimostrano, dopo anni di ricerche e di esperimenti individuali, una raggiunta maturità estetica e professionale che pone alcuni non inutili interrogativi: quali saranno gli ulteriori passi in avanti? In quale altro modo e verso quali direzioni si dirigerà la sensibilità di questo autorevole fotografo di "provincia"?

Il suo tenero gioco attorno all'universo femminile ha già dato il massimo e raggiunto una intoccabile certezza estetica e di "contenuti"?

Il volo del calabrone, insomma, proseguirà all'infinito alla ricerca della "perfezione"? Vedremo!

Credo comunque che le "pittografie" o le "fotopitture" di Giovanni Barbi, meritino davvero di essere viste e soprattutto capite proprio per quel certo non so che e per il diverso modo di guardare al nudo: finalmente con rispetto, con gioia, autentico piacere e amore.

Penso di nuovo a Prévert... "I ragazzi che si amano..."

Wladimiro Settimelli
(Critico e storico della Fotografia)


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