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Davanti all'obiettivo

A distanza di anni riproponiamo questo testo pubblicato sui cataloghi delle mostre di Giovanni Barbi. Lo aveva scritto una delle “sue modelle-amiche-sorelle” e per lui era il simbolico omaggio a quante avevano condiviso il racconto fotografico dei loro corpi o dei loro volti. Nessuno ha mai saputo quale nome celasse quello fantasioso in fondo alla pagina, ma resta comunque una testimonianza delle appaganti emozioni e della libertà raggiunta davanti all’obiettivo di una reflex. Attimi, in cui quella figura femminile, diventava appunto “Regina”…

c.b.

Davanti all’obiettivo

Innanzi tutto occorre provare piacere a essere fotografata. La molla è questa. Offrire con gusto narcisistico la propria figura o il proprio viso non è però facile perché questo vuol dire parlare con il corpo senza attendersi risposte.

Dall’altra parte ci sono un uomo e la sua macchina fotografica: un mezzo umano e uno meccanico che, nel momento della ripresa, diventano strumenti per far esprimere compiutamente il mio corpo.

Sono sola. L’uomo dietro la macchina fotografica non mi chiede né amore, né di coinvolgerlo in teneri sentimenti o sconvolgenti passioni e né di dimostrargli dolcezza, comprensione o maternità.

A parlare con un linguaggio naturale e spontaneo di queste cose sono i miei movimenti mentre lui vuole che esprima me stessa, la mia femminilità e il mio modo di essere completamente donna senza riserve. Non è facile ma tutto questo mi piace e mi affascina. La ricerca è continua, affannosa, spregiudicata, forse intelligente e utile per qualcosa che comincia a ronzarmi nel cervello. All’inizio è solo un insieme di idee, immagini, desideri.

L’impulso a curiosare in me stessa è la molla che mi fa restare davanti alla macchina fotografica e all’uomo che la tiene. Una curiosità che è insieme infantile, perversa, affascinante, sempre nuova… e quando a questa si unisce il divertimento, il gioco è fatto; la parte creativa della fotografia è lì, impressa su quel rullino. Poi sarà il fotografo a plasmarla con elementi (capacità tecniche, fantasia, creatività) che non conosco e di cui, in fondo, non mi interessa neppure il segreto. I risultati rimarranno nelle fotografie e tanto mi basta.

Quello che invece mi attrae veramente è che ora io e quest’uomo facciamo un discorso. Insieme, parliamo senza parole di un argomento che soddisfa e incuriosisce entrambi spengendoci a penetrare, attraverso immagini, idee e pensieri in quello che ancora vergine e misterioso (o forse inconoscibile e frammentario) rappresenta “l’universo femminile”. Ecco la parte affascinante dell’essere modella. Parlare di me, scoprirmi, esprimermi, liberarmi di false paure e di falsi schemi mentali spogliandomene con coraggio. Questo sì è davvero molto più difficile che lo spogliarsi dei propri abiti. Rimanere nuda dagli schemi educativi tradizionali, strutturali e tipicamente “femminili” è molto più imbarazzante che mostrare la propria pelle chiara, il ventre, il seno o il sesso…

Il discorso a questo punto diventa più difficile, delicato e sottile. Fotografo, macchina fotografica e modella camminano su una fune tesa e restare in equilibrio è faticoso perché richiede applicazione costante, volontà e fiducia in se stessi. Sotto la fune c’è il banale, l’ovvio, il volgare e cadervi è facile; basta una mossa falsa del fotografo o della modella e l’uno trascinerà l’altra e viceversa mentre la macchina fotografica continuerà a registrare “debolezze” e “prodezze” di due artisti uniti in questo viaggio strano, assurdo e forse interminabile…

“Regina”


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